NEMI Necropoli della valle Tempesta ed emissario del lago ( 4K )
Marco Mandolesi
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Marco Mandolesi
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Tombe preistoriche del Vallone Tempesta :
Infine eccomi lì, nella parte sottostante al Sentiero degli Acquedotti, ai piedi della parete verticale che da sopra risultava impossibile da scendere senza l’ausilio delle corde. Sulla mi destra risuona l’eco della cascatella che irrora il torrente del Vallone.
Le tombe si affacciano alla mia sinistra, quattro ambienti ricavati all’interno della roccia lavica rossastra. Accendo la torcia e mi accingo in volata all’esplorazione. Il fondo degli ambienti è ricco di terra rossa, così come rossi sono gli esterni degli ambienti.
Mi torna alla mente l’usanza funeraria in voga fra i popoli del paleolitico, i quali usavano cospargere il volto dei cadaveri di ocra o posizionarli all’interno di giacigli ricavati da rocce dello stesso pigmento.
All’interno delle tombe si nota distintamente i segni lasciati dagli attrezzi che hanno scalfito le pareti. Ma a che epoca appartengono questi sepolcri? In linea con le altre sepolture della stessa fattezza dislocate lungo il costone del lago di Nemi, si tenderebbe ad assorbirle quanto meno all’Età del Bronzo (3.500 a.C.). Come ogni cavità e manufatto del luogo, tuttavia, potrebbero aver vissuto vite diverse. Non è raro, di fatti, che tombe preistoriche di questo tipo siano state impiegate in seguito come tombe in epoca latina e in epoca paleocristiana, per poi assurgere il ruolo di ricoveri per animali, ripostigli per attrezzi e infine rifugi per gli sfollati della Seconda Guerra Mondiale.
Tuttavia, vi sono alcuni elementi riscontrabili lungo il Sentiero degli Acquedotti che lasciano supporre la possibilità che questi luoghi di riposo eterno possano aver svolto una funzione differenze in epoche ancora più antiche. Coppelle, canaletti e mura scavate nella roccia viva, suggeriscono il presidio di questa zona da parte della stessa misteriosa civiltà che potrebbe aver colonizzato il Monte Tuscolo a cavallo fra il IV e il III millennio a.C.: la Cultura di Rinaldone.
La presenza di questo popolo, la cui scoperta risale a meno di un secolo fa, è attestata in diversi nuclei situati a Roma Est e in zona Romanina. Negli ultimi anni, inoltre, degli scavi svolti a opera del Professor Federico Rolfo docente presso l’Università La Sapienza di Roma hanno riportato alla luce interessanti reperti rinaldoniani proprio nell’area del Monte Peschio e del Maschio dei Ferrari, lungo la catena artemisia, occorrenza che rende verosimile un’estensione di questa civiltà anche nelle circostanti aree dei Castelli Romani.
Le quattro tombe del Vallone Tempesta sono rivolte verso oriente, il sole nascente. Le prime sono definite da spazi piuttosto angusti, mentre le ultime due presentano degli interni vasti e ognuna ha caratteristiche particolari. Il soffitto della terza è distinto da un quadrato che sembra rivestito di materiale connotato da un rosso intenso, diverso rispetto al resto dell’ambiente, mentre la quarta possiede un profondo vano nella porzione a sud est.
Chissà se queste camere rocciose sono nate realmente con l’intento di ospitare dei defunti o se semplicemente siano state rimaneggiate in un secondo momento per questa funzione. Eterni grembi materni, uteri oscuri di incubazione e rinascita.
Sostare in silenzio all’interno di questi spazi azzera ogni percezione sensoriale esterna e proietta verso una dimensione intimistica e contemplativa.
Non sapremo mai se il Vallone Tempesta sia stato effettivamente interpretato come l’Eden, il Paradiso Terrestre, dai popoli preistorici che osservarono il rigoglio della sua vegetazione durante l’ultima glaciazione. Tuttavia sedere in silenzio sul fondo di terra rossa, nella penombra, osservando il sole filtrare fra le fronde mentre fuori l’acqua scroscia senza soluzione di continuità, è indubbiamente quanto di più vicino debba esistere al nirvana in terra.
L’Emissario del lago di Nemi :
Opera ipogea risalente all’incirca al VI secolo a.C, scavata dalla mano di popolazioni pre-romane. Si sviluppa per 1653 metri, per una larghezza di circa 80 cm ed è un manufatto altissimo livello ingegneristico. Aveva la funzione di tenere costante il livello delle acque del lago di Nemi e incanalarle fino a farle sfociare in Vallericcia, dove veniva impiegata per l’irrigazione. Da qui il corso d’acqua proseguiva a cielo a aperto fino a sfociare nel mar Tirreno, ad Ardea.
Sono molti i misteri che circondano l’emissario, a partire dal fatto che questa incredibile impresa non sia citate in nessuna fonte storica antica anche se compare in diverse illustrazioni e sappiamo, perciò, che era nota agli antichi. Una possibilità è che non venisse citata in quanto opera non romana a differenza, per esempio, del documentatissimo emissario di Albano, realizzato dai romani durante l’assedio di Veio nel 398 a.C.
L’emissario venne realizzato originariamente per tutelare il luogo di culto dedicato alle dea Diana, situato sulle sponde del lago.