LA VITA NON È SOLO LAVORO! - #galimberti #lavoro #filosofia #crescitapersonale #follia #tecnica
Videoteca Umberto Galimberti
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La modernità tecnica ha trasformato il lavoro in funzione. Non importa più chi agisce, ma che il sistema continui a funzionare. È qui che nasce la derresponsabilizzazione dell’uomo contemporaneo: l’individuo smette di percepirsi come soggetto morale e si riduce a ingranaggio dell’apparato. “Io eseguivo ordini”. Questa frase, pronunciata infinite volte nel Novecento, è forse una delle più inquietanti della storia moderna. Non contiene odio, passione o fanatismo. Contiene qualcosa di peggiore: l’assenza del pensiero.
Franz Stangl rappresenta in modo estremo questa logica dell’apparato. Comandante dei campi di sterminio di Sobibor e Treblinka, Stangl non si descriveva come un mostro sanguinario. Nei colloqui con la scrittrice Gitta Sereny appariva come un funzionario efficiente, ordinato, metodico. Il suo compito consisteva nel far funzionare il sistema. E proprio qui emerge il nucleo più oscuro della tecnica moderna: quando il lavoro viene separato dall’etica, l’uomo può compiere qualsiasi atrocità senza sentirsi responsabile.
Umberto Galimberti ha spesso insistito su questo punto riprendendo Heidegger, Hannah Arendt e la riflessione sul dominio della tecnica. In “Psiche e Techne” scrive che “la tecnica non tende a uno scopo morale, ma soltanto al proprio funzionamento”. L’apparato tecnico non si chiede se qualcosa sia giusto o sbagliato. Si chiede soltanto se sia efficiente. Quando l’uomo entra completamente dentro questa logica, perde progressivamente la coscienza morale delle proprie azioni.
Heidegger aveva già intravisto questo pericolo quando parlava dell’uomo ridotto a “fondo disponibile”. L’essere umano non è più considerato persona, ma risorsa. Numero. Dato. Prestazione. Anche il linguaggio del lavoro rivela questa trasformazione: produttività, rendimento, performance, ottimizzazione. Parole tecniche che lentamente sostituiscono categorie umane come dignità, coscienza, responsabilità, compassione.
Franz Stangl raccontava di aver imparato a non vedere più gli esseri umani come persone, ma come “carico”. È una parola terrificante perché mostra il punto esatto in cui l’etica scompare. Quando il volto umano viene sostituito dalla funzione tecnica, tutto diventa possibile. Ed è proprio questo il rischio permanente della civiltà tecnologica: non il ritorno identico del nazismo, ma la normalizzazione dell’irresponsabilità.
Galimberti insiste sul fatto che la tecnica produce una mutazione antropologica. Non cambia soltanto il modo di lavorare. Cambia il modo di percepire il mondo. L’uomo tecnico non pensa più in termini di bene o male, ma di funzionamento. Se qualcosa è possibile tecnicamente, allora tende automaticamente a essere realizzato. La domanda etica arriva sempre dopo, quando arriva.
Anche il lavoro contemporaneo spesso educa a questa anestesia morale. Molti individui eseguono procedure senza interrogarsi sul significato complessivo di ciò che fanno. Algoritmi, sistemi finanziari, industrie digitali, apparati burocratici: ogni settore rischia di produrre persone altamente competenti ma interiormente separate dalle conseguenze delle proprie azioni. Il dramma è che tutto questo appare normale. Perfino efficiente.
Galimberti osserva che la tecnica libera l’uomo dalla fatica fisica, ma può anche liberarlo dalla responsabilità morale. E un uomo senza responsabilità diventa estremamente pericoloso perché smette di interrogarsi. Non decide più. Esegue. In questo senso la figura di Franz Stangl non appartiene soltanto al passato. È il simbolo eterno dell’uomo che rinuncia al giudizio per rifugiarsi dentro l’apparato.
Forse il vero problema del nostro tempo non è soltanto la crescita della tecnica, ma la scomparsa della coscienza dentro la tecnica. Una civiltà può diventare perfettamente organizzata e allo stesso tempo spiritualmente vuota. Può funzionare in modo impeccabile mentre l’uomo perde progressivamente il contatto con il senso umano delle proprie azioni.
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