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"L’istoria de Pepèa" (G.G.Belli Sonetto n°964)

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"L’istoria de Pepèa" (G.G.Belli Sonetto n°964)

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Sonetto del 16 Maggio 1833 Roma G.G.Belli Il sonetto illustra l'assurdità e la perplessità delle pratiche di medicina popolare dell'epoca attraverso la vicenda di Pepèa (diminutivo di Giuseppe), un uomo di mezza età preoccupato per l'aumento di peso. Vedendo che tendeva a ingrassare, l'uomo decide di intraprendere una cura drastica a base di aceto, un rimedio casalingo al quale si attribuivano presunte proprietà dimagranti. Belli descrive con amara ironia l'escalation della dipendenza di Pepèa dalla sostanza: l'assunzione parte da piccole dosi (un dito) per passare a un bicchiere fino a dosi quotidiane massicce ("un terramoto"), arrivando a consumare interi barili di aceto nell'arco di due anni. La satira culmina nel doppio senso finale sulla parola "cura": il tragico risultato di questo trattamento non è stato il dimagrimento o il miglioramento della salute, bensì la morte del protagonista, che finisce sotto le "cure" spirituali e funerarie del parroco. Traduzione Ecco la storia di Giuseppe di Salvatore. Avendo notato da un paio d'anni a questa parte che tendeva a ingrassare, fece voto di iniziare la cura dell'aceto. Le prime volte ne prendeva un dito, poi un bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto, e finalmente, come vuole la ricetta segreta, ne beveva ogni giorno una quantità enorme. Bevi e ribevi, appena riempito un barile, era subito svuotato; ed è andata avanti così per due anni, è andata. E poi che beneficio ne ha tratto? Che a forza di questa cura oggi ha finito col finire nelle cure del parroco. ‪@mamic-V‬