"Le lemosine p’er terremoto" (G.G.Belli Sonetto n°1280)
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"Le lemosine p’er terremoto" (G.G.Belli Sonetto n°1280)
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Sonetto del 6 Giugno 1834
G.G.Belli
Il sonetto di Belli denuncia con pungente e disilluso sarcasmo la corruzione e la cattiva gestione dei fondi di solidarietà da parte dell'autorità ecclesiastica dello Stato Pontificio. Il testo fa riferimento a una colletta (la "quèstuva") organizzata per aiutare i terremotati dell'Umbria (colpita da forti sismi nel 1832). Una volta raccolte le offerte del popolo e dei benefattori, la cospicua somma di seimila scudi (i "colonnati") viene spedita direttamente al Vescovo di Assisi. Tuttavia, anziché essere impiegate per la ricostruzione e per rimediare ai gravi danni subiti dalla popolazione, che rimangono visibili e irrisolti, le risorse vengono destinate a scopi del tutto estranei e militaristi. La voce popolare, scandalizzata, si sente rispondere con sdegno e sufficienza che quel denaro è stato speso "molto meglio" per costituire una milizia di "Centurioni" (un corpo paramilitare per il controllo dell'ordine pubblico). L'autore conclude con amaro realismo che, sia questa una verità o una favola scherzosa, per i vescovi le calamità naturali come il terremoto si rivelano sempre un'ottima opportunità di profitto e di potere, a scapito della povera gente.
Traduzione
Terminata la colletta, e divisi tutti quanti i fondi radunati, seimila bei scudi d'argento furono spediti al Vescovo di Assisi.
Figuratevi lui! Visti e contati, gli sembrarono seimila paradisi: eppure, a dirla in termini precisi, i danni non sono ancora riparati.
Ma andategli un po' a parlare! «Signori sciocchi», vi risponde, «li ho spesi molto meglio nel costituire una compagnia di Centurioni».
Basta, o che sia la verità o una bugia scherzosa, il terremoto, come tutti gli altri guai, per i vescovi è sempre buono a qualcosa
@mamic-V