Volterra — Come Funzionava Davvero il Più Grande Manicomio d'Italia
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A Volterra, per entrare bastava una firma. Non serviva un processo, non serviva un medico che ti avesse visitato a lungo.
Il manicomio apre nel 1888 in un vecchio convento e nel giro di cinquant'anni diventa una città dentro la città: oltre venti padiglioni, campi coltivati, officine, una centrale elettrica, un cinema.
Nel momento di massimo affollamento ci vivevano quasi seimila persone.
La legge del 1904 era chiarissima: si ricoverava chi era "di pericolo a sé o agli altri o di pubblico scandalo". Quell'ultima parte ha riempito i padiglioni.
Ci finirono alcolisti, donne considerate ingestibili dalla famiglia, ragazzi ribelli, persone semplicemente povere e sole.
Il ricovero comportava l'iscrizione nel casellario giudiziale. Uscire non cancellava nulla.
Si lavorava: campi, cucine, lavanderia, laboratori. Il lavoro era presentato come terapia ed era anche ciò che reggeva i conti dell'istituto.
Poi c'è il muro di Oreste Fernando Nannetti, che per anni ha inciso con la fibbia della divisa un testo lungo oltre settanta metri sull'intonaco del cortile. È ancora lì.
La legge Basaglia del 1978 ha chiuso i manicomi italiani. A Volterra l'ultimo reparto resiste fino al 1981.
I padiglioni sono ancora in piedi, vuoti, con le cartelle cliniche conservate in archivio.