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Iscravamentu de Iscanu (la deposizione) - 1987 - Scano Montiferro

Francesco Desogus

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Iscravamentu de Iscanu (la deposizione) - 1987 - Scano Montiferro

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Francesco Desogus
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Ripresa amatoriale del Venerdì Santo 17 aprile 1987 del rito della deposizione di Cristo. S'Iscravamentu di Scano Montiferro è notoriamente uno dei più suggestivi della Sardegna, per i costumi e la rappresentazione, nonché per i canti religiosi in limba, grazie all'amore degli scanesi verso le proprie tradizioni mantenute e rinnovate ogni anno. Nonostante la mediocre qualità della registrazione, una videocassetta VHS ritrovata per caso nel fondo di una scatolone dimenticato, viene così digitalizzata e pubblicata a disposizione dei cittadini "iscanesos". Testo tratto da www.scanomontiferro.it) ------------------------------------------------------------- VENERDI' SANTO La paraliturgia del Venerdì si svolge in luoghi e tempi distinti: “s’Incravamentu” (la crocifissione) ha luogo nell’oratorio di S.Nicolò in forma strettamente privata; “s’Iscravamentu” (la deposizione) viene rappresentato nella chiesa parrocchiale in forma pubblica. “S’Incravamentu” si tiene a porte chiuse a S.Nicolò nel primo pomeriggio del Giovedì Santo. Vi prendono parte solo il priore e il sottopriore della confraternita di S.Croce. Essi, accompagnati dalla prioressa e dalla sottoprioressa che reggono una candela accesa, prelevano con grande devozione l’immagine di Cristo dal sepolcro in cui è custodita e la portano nel presbiterio dell’oratorio, dove ai piedi dell’altare è stata già distesa la croce su cui l’immagine viene fissata con robusti chiodi. Essi sostano poi, con grande raccoglimento, in preghiera ai lati della croce. L’altare è ornato con “su nènnere”, grano fatto germogliare al buio, simbolo della sepoltura del Cristo. Il presbiterio, ad accentuare la sacralità della cerimonia, è separato dal resto dell’oratorio da una grande tela (“sa Carta”), raffigurante scene della passione. Al termine della cerimonia le porte dell’oratorio vengono aperte, e il Cristo viene esposto all’adorazione dei confratelli e di tutti i fedeli. La mattina del Venerdì Santo hanno luogo “Sas chircas”, a cui prendono parte tutte le confraternite e i fedeli. Il nome in sardo fa trasparire il coinvolgimento della Madonna nella passione del Figlio (“Sas chircas” significa infatti ‘le ricerche’, e sta ad indicare il simbolico peregrinare della Vergine alla ricerca del figlio sofferente). L’immagine dell’Addolorata viene portata in processione, in una Via Crucis che attraversa il paese facendo tappa nei vari oratori e avendo infine la sua meta nell’oratorio di S.Nicolò, da cui viene portato fuori il Cristo crocifisso. Da qui la processione si avvia alla parrocchiale dove la croce viene innalzata a un lato del presbiterio. La sera Solennissima è il venerdì sera la paraliturgia de “S’Iscravamentu”. Protagonisti della deposizione sono “Sos Discipulos”, quattro personaggi vestiti di antichi costumi e rappresentanti i discepoli che deposero Gesù dalla croce e gli diedero sepoltura. I discepoli iniziano il loro viaggio dall’oratorio di San Nicolò, che custodisce gli antichi abiti: dopo la recita di una preghiera (“s’obrigassione”), i discepoli accompagnati dalla confraternita si recano nella chiesa parrocchiale in cui si è già radunata la popolazione. Essi prendono posto, insieme alle tre confraternite, nel presbiterio ed ascoltano insieme al popolo l’omelia del predicatore. Ad un suo cenno infine si avvicinano alla croce e procedono a deporre il Cristo morto, seguendo scrupolosamente le indicazioni di un cerimoniale antico che viene man mano ricordato dal predicatore. Il corpo del Signore, dopo essere stato mostrato all’Addolorata e alla folla, viene adagiato in “sa lettèrna”, una lettiga ornata di fiori e candele. La precessione che riporta il Cristo morto nell’oratorio di S.Nicolò si snoda all’imbrunire fra le vie strette e tortuose della Scano vecchia, accompagnata dal coro del “Miserere”. Ad essa si guardava anticamente con un pizzico di superstizione: dalla vivacità della luce delle candele che ornano “sa lettèrna” si traevano infatti gli auspici per il raccolto.