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Il genio fragile di Philip Seymour Hoffman

Gabriele Niola - Storyline

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Il genio fragile di Philip Seymour Hoffman

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Gabriele Niola - Storyline
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Philip Seymour Hoffman era l'attore preferito dagli attori — e questa è la storia di come ci è arrivato, di quanto gli è costato, e di come non riuscì a sopravvivere alla sua stessa bravura. Acquista "Fare film è un inferno": https://bit.ly/InfernoUTET Per chi vuole approfondire c'è questo bel libro di Peter Shelley: https://www.google.it/books/edition/P... Non aveva niente di quello che Hollywood chiede: una stazza imponente, capelli che diventarono bianchi anziché grigi, manierismi accentuati, un corpo di cui sembrava continuamente scusarsi. Eppure Meryl Streep disse di lui che «non ha paura», e Roger Ebert lo definì «un poeta dell'implosione». Prima ancora del pubblico e dei critici, era ammirato dai colleghi. Ma dietro tutto questo c'era una storia che cominciava con un collo rotto, una cotta non ricambiata, e una standing ovation a 17 anni per Morte di un commesso viaggiatore. Gli anni cruciali sono quattro, dal 1997 al 2000, in cui senza mai essere protagonista Hoffman diventa qualcuno. Boogie Nights, Il grande Lebowski, Magnolia, Quasi famosi: interpretazioni in poche scene che fanno capire a chi guarda di trovarsi davanti a qualcosa di diverso. In Boogie Nights indossa vestiti di due taglie inferiori alla sua, con le braccia sempre conserte a nascondere il corpo, per costruire il personaggio di qualcuno che si vergogna di sé stesso. In Magnolia è spesso sullo sfondo, sfocato, eppure pesa da morire. È Paul Thomas Anderson il regista che capisce prima di tutti cosa sa fare davvero, e lo chiama ogni volta che vuole qualcosa di difficile. La svolta apparente è l'Oscar per Capote, nel 2005. Ma quell'Oscar cambia tutto in peggio: i ruoli devono essere più grandi, la pressione è maggiore, e quello che prima era tensione verso l'eccellenza diventa qualcosa di malato. Servono sei anni per trovare un film all'altezza — The Master di Anderson, ancora — e proprio durante quella lavorazione, per la prima volta dopo 23 anni di sobrietà, Hoffman beve di nuovo. Non si riprenderà mai davvero. Recitava come un atleta, con la stessa disciplina e la stessa ossessione con cui da ragazzo faceva wrestling. Si addormentava per l'ansia prima di andare in scena — gli succedeva anche prima degli incontri di lotta. Aveva trovato il proprio posto nel mondo dando dignità e umanità ai perdenti, agli insicuri, ai personaggi che nessun altro voleva capire. La notte del 2 febbraio 2014 lo trovano morto nel suo appartamento di New York. Aveva 46 anni. Nel sangue aveva eroina, cocaina, benzodiazepine e anfetamine. Aaron Sorkin, che aveva lottato con le stesse dipendenze, volle dire una cosa sola: «Phil non è morto per un'overdose di eroina; è morto di eroina. È morto perché era un malato». ───────────────────────────── 🔔 Iscriviti per non perdere i prossimi video ───────────────────────────── Storyline su IG: https://bit.ly/StorylineIG Storyline su TikTok: https://bit.ly/StorylineTK #philipseymourhoffman #Cinema #Oscar #Hollywood #Recitazione #PaulThomasAnderson #Capote #BoogieNights #FilmHistory #attori 0:00 Appuntamenti di novembre 1:35 L'attore degli attori 3:50 Origini: un bambino sportivo a Rochester 7:22 Il collo rotto e la cotta non ricambiata 8:37 Il liceo, Midge Marshall e la standing ovation a 17 anni 13:15 L'università, i lavori e il primo rehab a 22 anni 16:46 La svolta: Profumo di donna e Paul Thomas Anderson 19:19 Il volume alto e il limite del Mercante di Venezia 21:34 Boogie Nights: recitare con il corpo 25:07 I 4 anni che costruiscono il mito 31:03 Quasi famosi e Lester Bangs 35:42 Capote, Infamous e l'Oscar 39:05 Dopo l'Oscar: la personalità sul set 43:26 The Master e la prima ricaduta 44:56 Broadway, Hunger Games e la spirale 49:23 La morte e l'eredità