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'Treat to target' e trattamento personalizzato: strategie cliniche attuali nelle MICI/IBD

CEMAD - Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS

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'Treat to target' e trattamento personalizzato: strategie cliniche attuali nelle MICI/IBD

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'Treat to target' e medicina personalizzata: due espressioni che incontriamo spesso ma qual è il significato dal punto di vista del paziente? Ne parliamo con il Dr. Giuseppe Privitera (IBD Unit, Humanitas MI) in questa intervista. Per saperne di più https://www.cemadgemelli.it/ "Quando parliamo di malattie infiammatorie croniche dell'intestino parliamo di patologie che vanno al di là del sintomo del momento, della diarrea o del sangue nelle feci, parliamo di patologie caratterizzate da un accumulo del danno a livello intestinale e quindi da un impatto profondo sulla qualità di vita del paziente. E al netto di quelli che sono i farmaci che noi abbiamo, che sono sempre di più e che ci consentono di trattare queste patologie, oltre ad avere nuovi farmaci dobbiamo sviluppare anche delle strategie per utilizzarli al meglio, per massimizzare la resa di questi farmaci e in quest'ottica qui abbiamo parlato oggi di treat to target e di medicina personalizzata. Che cosa vuol dire, cosa vogliono dire questi due termini? Per quel che riguarda il treat to target sostanzialmente risponde ad un'idea fondamentale, cioè che il controllo dei sintomi non è sufficiente per quanto ci riguarda. Sappiamo che un paziente che non ha più i sintomi, che risolve il suo quadro di dolore addominale, di diarrea, se mantiene livelli di infiammazione elevati, se mantiene un'attività endoscopica può avere nel breve, medio o lungo termine una recidiva di malattie o sviluppare delle complicanze. "Treat to target" vuol dire quindi provare a controllare non solo i sintomi ma essere più ambiziosi e provare a controllare l'infiammazione a livello endoscopico o addirittura ancora oltre fino a una completa risoluzione dell'infiammazione a livello dell'intestino. Dall'altro lato abbiamo parlato oggi di medicina personalizzata. Quando noi iniziamo un nuovo trattamento sappiamo che questo è mediamente efficace nella popolazione ma non siamo in grado di se per il paziente che abbiamo davanti in quel momento sarà effettivamente efficace. Abbiamo bisogno di fare tanti passi avanti da questo punto di vista, dobbiamo essere in grado di prevedere per il paziente che abbiamo davanti come evolverà la sua patologia, qual è il farmaco migliore per lui o per lei, qual è la strategia per utilizzarlo nella maniera ottimale. E' l'aspetto su cui la ricerca deve concentrarsi in questo momento, abbiamo qualcosa oggi ma dobbiamo puntare ad avere di più. D La tecnologia digitale è sempre più avanzata, sempre più pervasiva e adesso tutto quello che passa sotto il grande nome di intelligenza artificiale, ma è sempre il medico al centro del momento terapeutico? "Questo è fondamentale, nel senso che l'intelligenza artificiale ad oggi non può sostituire il giudizio clinico. L'intelligenza artificiale ci supporta nel senso che ha delle capacità computazionali elevate. Che cosa vuol dire questo? È in grado di leggere i dati, di metterli assieme e di creare dei modelli predittivi che la mente umana non può calcolare. Quindi abbiamo bisogno di un qualcosa di più che faccia questi calcoli, che veda delle relazioni che magari a noi sono nascoste, però poi quello che ci restituisce è sempre un calcolo che noi dobbiamo andare ad integrare con la persona che abbiamo davanti, con la sua storia, con quelle che sono le sue preferenze e quindi poi il momento in cui interviene il medico è quello in cui riconcilia il dato che arrivi dall'intelligenza artificiale, dal machine learning, con quello che è invece l'individualità della persona, i suoi bisogni e quello che ci aspettiamo quando iniziamo un nuovo trattamento. D "In questi anni si parla sempre di più di nutrizione e chiaramente l'alimentazione industriale ha preso un tipo di chiamiamolo sopravvento, o almeno di diffusione che evidentemente prima non aveva, anche soltanto pochi anni fa. Questo sta già cambiando lo scenario?" Sì, sicuramente forse l'ha già cambiato, oserei dire, nel senso che se guardiamo quella che è l'epidemiologia delle malattie infiammatorie croniche dell'intestino, vale a dire quanto frequentemente le riscontriamo nella popolazione nei paesi occidentali, abbiamo visto un aumentare nel numero di casi già da qualche decennio e in particolare se invece vediamo ai paesi in via di sviluppo che stanno adottando per alcuni aspetti uno stile di vita più simile a quello occidentale, tra cui quello della dieta, vediamo che anche in quei posti sta cominciando ad aumentare la prevalenza delle malattie infiammatorie dell'intestino. Quindi sicuramente l'aspetto della dieta e della nutrizione ha già avuto un impatto importante e purtroppo verosimilmente negativo. Oggi la sfida è provare a invertire questa tendenza, quindi dall'aver adottato uno stile di vita e una dieta che non ci ha fatto bene, che ha consentito o comunque facilitato l'aumento dell'incidenza di queste patologie, provare invece ad adottare degli stili di vita, tra cui anche la dieta, che consentano di aiutarci a controllare queste patologie.