John Gotti: L'Ascesa e la Caduta del Padrino della MAFIA di New York
Crimini Reali
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La leggenda della mafia newyorchese affonda le proprie radici nel fango dei docks di Brooklyn e nei vicoli oscuri di East Harlem, ben lontana dall'oleografia cinematografica di Hollywood. Agli inizi del Novecento, l'immigrazione siciliana vide l'ascesa di Salvatore D'Aquila, primo 'capo dei capi', la cui organizzazione fu in seguito plasmata dalla sanguinosa Guerra Castellammarese tra Joe Masseria e Salvatore Maranzano. Con l'avvento di Lucky Luciano e l'istituzione della Commissione nel 1931, il klan fu affidato a Vincenzo Mangano, prima che il brutale Albert Anastasia, signore incontrastato della Murder Inc., ne assumesse la guida. Il 25 ottobre 1957, la celebre esecuzione di Anastasia sulla poltrona da barbiere dell'hotel Park Sheraton a Manhattan, orchestrata nell'ombra da Vito Genovese e Carlo Gambino, segnò la nascita ufficiale della Famiglia Gambino. Per due decenni, don Carlo governò con calcolata discrezione, costruendo un impero da centinaia di milioni di dollari nell'edilizia, nei trasporti e nel porto.
In questo universo criminale crebbe John Joseph Gotti Jr., nato nel 1940 nel South Bronx in una famiglia indigente di tredici figli. Dopo una turbolenta giovinezza nella gang giovanile dei Fulton-Rockaway Boys e un infortunio permanente alle dita dei piedi causato dal furto di una betoniera a quattordici anni, Gotti entrò nell'orbita di Carmine Fatico al Bergin Hunt and Fish Club di Ozone Park. Specializzatosi nei dirottamenti di camion carichi di merci all'aeroporto JFK, Gotti scontò tre anni nel penitenziario federale di Lewisburg prima di compiere il salto di qualità definitivo: nel 1973 partecipò all'agguato mortale contro James McBratney a Staten Island per vendicare il rapimento del nipote di Carlo Gambino. Riconosciuto come uomo d'onore e promosso caporegime nel 1977, Gotti divenne il pupillo del carismatico sottocapo di strada Aniello 'Neil' Dellacroce, punto di riferimento al Ravenite Social Club di Little Italy.
Alla scomparsa di Carlo Gambino nel 1976, la successione fu assegnata al cugino Paul Castellano, detto 'Big Paul', un manager in giacca e cravatta che disprezzava gli uomini di strada e vietava tassativamente il commercio di eroina pena la morte. La tensione tra la fazione di Castellano e i fedelissimi di Dellacroce raggiunse il punto di rottura quando l'FBI piazzò cimici nella residenza di Angelo Ruggiero, registrando trattative sul narcotraffico. Con la morte di Dellacroce il 2 dicembre 1985 e l'imminente epurazione della squadra di Bergin, Gotti ruppe ogni tabù mafioso: il 16 dicembre 1985, all'ora di punta davanti alla Sparks Steakhouse sulla 46esima strada a Manhattan, una squadra di killer crivellò di colpi Castellano e il suo braccio destro Tommy Bilotti, mentre Gotti e Salvatore 'Sammy the Bull' Gravano assistevano compiaciuti a bordo di un'auto poco distante.
Incoronato capo supremo della famiglia Gambino nel gennaio 1986, John Gotti divenne una celebrità nazionale, ribattezzato 'Dapper Don' per i completi sartoriali di Brioni e 'Teflon Don' dopo aver umiliato i procuratori federali in tre processi consecutivi, grazie anche alla corruzione del giurato George Pape nel 1987. Tuttavia, le microspie piazzate dall'FBI nell'appartamento sopra il Ravenite Social Club registrarono centinaia di ore di conversazioni in cui il boss ammetteva omicidi ed estorsioni. Il clamoroso tradimento del suo sottocapo Sammy Gravano, che decise di collaborare con la giustizia confessando diciannove omicidi, suggellò la sua fine. Condannato all'ergastolo ostativo nel 1992 dal giudice Glasser, Gotti morì di cancro alla gola il 10 giugno 2002 nel centro medico carcerario di Springfield, ponendo fine alla parabola dell'ultimo grande padrino mediatico della Cosa Nostra.
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