"La ggiustizzia ingiusta" (G.G.Belli Sonetto n°1179)
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"La ggiustizzia ingiusta" (G.G.Belli Sonetto n°1179)
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Sonetto del 8 Aprile 1834
G.G.Belli
In questo sonetto, il parlante si sfoga con un'interlocutrice ("sora Nina") denunciando l'assurdità e l'ipocrisia della giustizia nella Roma del suo tempo, partendo da un episodio apparentemente banale ma ricco di significato satirico.
La prima quartina e la seconda quartina: Il protagonista spiega che la signora Nina si sbaglia nella sua valutazione dei fatti. Racconta che la mattina precedente un monsignore ha fatto uccidere il suo gatto con l'accusa di essere un ladro, poiché l'animale si intrufolava di nascosto in cucina per rubare la carne. L'oratore considera sproporzionata e folle la punizione ("un cazzo-matto che mmerita d'annà a la Palazzina", ovvero al manicomio).
Le due terzine: La protesta si fa satirica e morale. Il padrone del gatto fa notare che l'animale non faceva altro che seguire la propria natura instintiva ("pativa de quer debbole"), comune a tutti i gatti creati da Dio. Il paradosso e la vera ingiustizia stanno nel fatto che, mentre un povero animale viene fatto ammazzare per un pezzo di carne, la città è piena di ladri umani che rubano soldi a mani giunte per tutto l'anno senza che nessuno dica o faccia mai nulla contro di loro.
Traduzione
Nossignora: questa volta, signora Nina, vi sbagliate voi. Sentite il fatto, e vedrete poi che è una pazzia che merita di andare al manicomio.
La cosa sta così: ieri mattina un monsignore mi ha fatto ammazzare il gatto, perché era ladro, e andava quatto quatto a rubargli la carne dalla cucina.
Non lo sapeva lui che il gatto mio soffriva di quel debole, come l'hanno tutti i gatti che ha creato Dio?
Mentre di ladri qui ce n'è un gran numero che rubano quattrini tutto l'anno, e non gli dice mai niente nessuno.
@mamic-V