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Albino Luciani, trentatré giorni e tre versioni diverse su chi lo vide vivo per ultimo

Scheletri della Storia

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Albino Luciani, trentatré giorni e tre versioni diverse su chi lo vide vivo per ultimo

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Papa Luciani morì dopo trentatré giorni, e in quarantotto ore il Vaticano raccontò tre versioni diverse della stessa camera: chi entrò per primo, a che ora, cosa aveva tra le mani. Perché? Alle quattro e quarantacinque del mattino del 29 settembre 1978 suor Vincenza Taffarel appoggiò il vassoio del caffè sul pavimento del terzo piano del Palazzo Apostolico e aprì una porta che non avrebbe dovuto aprire. Nel primo comunicato della Sala Stampa vaticana quella donna non esiste: il corpo di Albino Luciani lo trova un segretario, a un'altra ora, con un libro di preghiere tra le mani. Questa indagine mette in fila i documenti che raccontano una notte diversa: i bollettini del 29 e 30 settembre, il referto di Renato Buzzonetti che colloca il decesso la sera prima verso le undici, le testimonianze dei due segretari don Diego Lorenzi e monsignor John Magee, l'assenza del medico personale Antonio Da Ros a cinquecento chilometri di distanza, e l'inchiesta che il Vaticano stesso commissionò a John Cornwell per smontare le accuse di omicidio di David Yallop, ottenendo un verdetto che alla Curia fece più male dell'accusa. Ricostruiamo l'uomo di Canale d'Agordo che viaggiava in seconda classe e rifiutò la tiara, il conclave lampo del 26 agosto, l'ultima udienza sulla vecchietta cieca, l'ultimo colloquio con il cardinale Villot. La conclusione non è un veleno: nessun esame fu mai eseguito sul corpo di Luciani, e i documenti che avrebbero chiuso il caso non furono distrutti, non furono mai scritti. Se ricordate quel settembre, la radio in cucina e le campane, raccontatemelo nei commenti: colpa del palazzo o dell'epoca?