«Beatrice picchiata con i cavi elettrici, poi la doccia fredda mentre perdeva sangue»
Il Mattino
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Calci, pugni, una cinta e il filo del caricabatterie usato come una frusta. C'è questo dietro la morte della piccola Beatrice, due anni appena, uccisa dalle percosse e dall'indifferenza in un appartamento di Perinaldo. A demolire la versione della madre e del compagno, blindando l'ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Massimiliano Botti, non sono stati solo i rilievi del medico legale, ma i racconti lucidi e disperati delle due sorelline superstiti, rispettivamente di 9 e 8 anni. Ascoltate in audizione protetta dal Sostituto Procuratore Veronica Meglio, le bambine hanno messo a verbale l'inferno quotidiano in cui erano costrette a vivere, ricostruendo le ultime quarantotto ore di agonia della più piccola.
Gli orrori
Tutto cambia a novembre 2025, da quando la madre si fidanza con Emanuel Iannuzzi. Da quel momento, la casa si trasforma in un teatro di punizioni feroci contro Beatrice. La sorella maggiore ha spiegato agli inquirenti che l'uomo colpiva la bambina non solo a mani nude, ma trascinandola per i capelli fino a strapparglieli e facendole sbattere la testa contro pareti e finestre. Nel racconto – che il gip definisce «logico, coerente e privo di condizionamenti» – emerge anche un dettaglio atroce: una "canna" accesa inserita a forza nella bocca di Beatrice, con l'indagato che rideva di lei nonostante il profondo disagio manifestato dalla minore.
Le accuse
Il fulcro delle accuse si concentra sulla notte tra l'8 e il 9 febbraio 2026, quando le condizioni di Beatrice precipitano per l'ennesimo trauma cranico. Nei verbali c'è la descrizione del sintomo tipico del danno neurologico: il vomito continuo, di colore «giallo-marrone», durante la notte. Le sorelle maggiori urlano per chiedere aiuto, ma la madre e Emanuel Iannuzzi ignorano la situazione. Il mattino del 9 febbraio 2026, di fronte alla bambina ormai semincosciente, l'uomo tenta una manovra di rianimazione improvvisata, mettendola nuda sotto la doccia fredda. «Sentivo le urla e i colpi sulla pelle», mette a verbale la più grande delle sorelle, «la porta era aperta, lei sanguinava dal naso e aveva già gli occhi chiusi. Se le alzavo una mano, cadeva giù». Nel pomeriggio, un conoscente della coppia si allarma e chiede di chiamare il 118, ma i due indagati lo allontanano dicendo che ci avrebbero pensato loro: «Li chiamiamo noi, guarda che chiamo i soccorsi».
Il finto soccorso
Beatrice muore nell'alloggio di Perinaldo il 9 febbraio 2026. Al risveglio delle altre figlie, Iannuzzi le blocca: «Non andate a scuola, è successo un casino». Una delle bambine nota una coperta rossa per terra in uno spazio ristretto, intuendo che il corpo esanime della sorellina fosse stato nascosto lì sotto. Il corpo di Beatrice viene poi caricato a bordo dell'auto di famiglia, interamente coperto per nascondere il viso, e adagiato sul sedile posteriore tra le braccia delle due sorelline. Durante il tragitto da Perinaldo verso la casa di Bordighera, la madre impone il silenzio: «Ci disse di non dire a nessuno che conoscevamo quell'uomo e che eravamo state a casa sua». Arrivati a Bordighera, viene inscenato il finto soccorso tardivo per simulare una fatalità. L'arresto dei due indagati scatta pochi giorni dopo, a metà febbraio 2026, a seguito dei primi riscontri investigativi.
A blindare l'impianto probatorio sono i riscontri oggettivi della scientifica. Sotto sequestro sono finiti i telefoni degli indagati (un Samsung A05S e un Oppo A58). Per estrarre i dati, la Procura ha stabilito un set di parole chiave rigido: i messaggi verranno passati al setaccio cercando il nome di "Beatrice" e termini come «lasciarle da sole», «abbandonare», «picchiare», «botte», «schiaffi», «lividi», «male», «vomito», «morte» e «coma». Parallelamente, la sezione scientifica ha già isolato tracce di sangue su una porta, su un armadio e su un paio di pantaloni della coppia. Elementi oggettivi che confermano, punto per punto, il drammatico racconto delle bambine.