Invocando San Michele Arcangelo
Paolo Schiavella
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Invocando San Michele Arcangelo
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Paolo Schiavella
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Serrone (Fr): rinnovata anche quest’anno, martedì 29 settembre 2026, l’invocazione e la devozione al Santo Patrono serronese, San Michele Arcangelo, il cui santuario alto medievale si trova a quota 1200 slm, versante occidentale del Monte Scalambra. Questa devozione unisce Serrone a migliaia di comunità nel mondo, perché il culto di San Michele Arcangelo risale ai tempi biblici ed è caro alla Chiesa d’Occidente e d’Oriente, all’Islam, all’Ebraismo ed alle Chiese protestanti. Nella Chiesa Cattolica il culto fu introdotto ufficialmente da papa Gelasio I nel 493 d.C., istituendone la ricorrenza liturgica al 29 settembre con la specifica di “San Michele Arcangelo e di tutti gli angeli”. Quel 29 settembre del 493 papa Gelasio I consacrò l’altare e la chiesa di San Michele sulla via Salaria a Roma.
Per quel che riguarda Serrone ed il santuario sul Monte Scalambra, il culto di San Michele Arcangelo, è con ogni probabilità legato alla presenza dei Longobardi, che con la conversione al cattolicesimo lo adottarono quale Santo Patrono (si dice in sostituzione del culto al dio pagano Odino).
I Longobardi entrarono nel sublacense, nel nord della Ciociaria e sui Monti Prenestini e Tiburtini, quando nel 915 sconfissero i Saraceni, che occupavano i territori citati da alcuni decenni, avendo aderito alla Lega Cristiana antisaracena messa in piedi da papa Giovanni X, aggregando alle truppe papali, i bizantini (meglio definiti romani d’Oriente), i longobardi ed i ducati tirrenici.
I territori così liberati ebbero una presenza stabile longobarda, compresa l’abbazia di Subiaco, che fu ricostruita dopo la distruzione dei Saraceni.
Serrone ed il Monte Scalambra ritornarono entro il territorio dell’abazia di Subiaco che si estendeva fino al versante orientale dei Monti Prenestini compresa Cave ed il fondovalle.
Il santuario di San Michele Arcangelo sul Monte Scalambra è datato al X secolo, coincidente con la riconquista longobarda. E questo ci fa pensare che sia stato favorito proprio da questa popolazione guerriera devota a San Michele Arcangelo. Da sottolineare che nel “Chronicon Sacri Monasteri Sublaci”, redatto dal monaco benedettino sublacense Guglielmo Capisacchi da Narni, nel 1578 e basato per lo più sul medievale Regesto Sublacense, si menziona al tempo dell’abate Stafano I (1005-1009), “l’intero fondo Cispa con la chiesa di San Michele”. E che sia probabilmente da identificare con l’attuale romitorio di San Michele ce lo fa pensare il fatto che dopo il fondo di San Quirico, anch’esso proprietà dei benedettini sublacensi, è elencato il fondo Cispa, in una successione tipo quella delle mappe catastali.
Da ultimo, dobbiamo notare che il culto per San Michele Arcangelo nell’ambiente benedettino è antecedente all’arrivo dei longobardi. Alla base del monte dove si erge il Sacro Speco a Subiaco, riporta il Chronicon, vi era un muro in rovina di una chiesa dedicata a San Michele Arcangelo, “dove un monaco fu percosso dal beato padre (San Benedetto n.d.r.) con flagelli per la ragione che al momento delle preghiere vagava di qua e di là fuori dall’oratorio; era stato condotto da un piccolo e scuro fanciullo, vale a dire da un demone, che il santo padre Benedetto e il discepolo Mauro videro, ma che Pompeiano, abate e padre del medesimo monastero non ebbe modo di vedere” (Chronicon Sacri Monasterii Sublaci). Il fatto narrato si svolse nel terzo dei dodici monasteri o cenobi fondati da San Benedetto nei 34 anni di permanenza a Subiaco.
Paolo Schiavella