Tra algoritmo e bisogno: cosa ci tiene davvero connessi
Medicina e Cure
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Tra algoritmo e bisogno: cosa ci tiene davvero connessi
Digitale, sviluppo e salute mentale in età evolutiva
Di Sara Giombolini
Tra algoritmo e bisogno: cosa ci tiene davvero connessi
La dopamina è il carburante più potente — e più invisibile — della società contemporanea. Scrolling infinito, notifiche, contenuti sempre nuovi ci tengono incollati allo schermo più di quanto vorremmo. Chiamiamo tutto questo “dipendenza”, con una leggerezza che rassicura ma semplifica. In realtà, questa etichetta non trova spazio nei principali manuali psicologici quando si parla di internet. E forse il punto è proprio questo: dare un nome non equivale a comprendere. “Il lavoro dello psicologo — osserva la dottoressa Franci — non è misurare, ma comprendere”. Limitarsi al tempo trascorso online rischia infatti di essere una scorciatoia interpretativa. Non è la quantità a fare la differenza, ma la qualità dell’esperienza e la persona che la vive. Età, contesto, modalità di utilizzo raccontano storie molto diverse. Esiste una distinzione sottile ma decisiva: da una parte un uso attivo, che costruisce relazioni e mantiene connessioni; dall’altra un utilizzo passivo, fatto di scorrimento continuo e isolamento. Come sottolinea Matteo Lancini, è proprio questa differenza a segnare il confine tra una funzione potenzialmente protettiva e una maggiore fragilità. I social, d’altronde, non sono solo strumenti: sono progettati per trattenere. Intercettano bisogni profondi e li restituiscono sotto forma di contenuti immediati, accessibili, in cui riconoscersi. Questo vale per tutte le età, ma negli adolescenti assume un significato particolare. Per molti, il digitale non è un’alternativa, ma uno dei pochi spazi realmente disponibili. I luoghi informali si sono ridotti, la scuola fatica a essere percepita come spazio di riconoscimento e la famiglia attraversa una fase di ridefinizione. In questo scenario, il web diventa un luogo in cui esistere, più che semplicemente intrattenersi. Ma c’è un risvolto meno visibile. La rapidità dei contenuti e la loro brevità stanno modificando il nostro modo di prestare attenzione. Le neuroscienze descrivono una concentrazione più fragile e una memoria frammentata: le informazioni si accumulano, ma raramente si sedimentano. Ne deriva un rumore di fondo continuo, una sovrapposizione che rende difficile distinguere ciò che abbiamo davvero compreso. In questa dimensione, dove i confini tra reale e virtuale si fanno meno nitidi, emergono rischi concreti come cyberbullismo e adescamento. Tuttavia, i dati mostrano che non sono direttamente proporzionali al tempo di utilizzo, ma trovano terreno più fertile nelle fragilità individuali. Ancora una volta, non è lo strumento a determinare l’esito, ma la persona che lo utilizza. Per questo, più che inseguire parametri standard di “eccesso”, forse è utile cambiare prospettiva: chiedersi cosa si cerca online, cosa si trova, cosa manca fuori. Spesso, dietro la permanenza nello spazio digitale, c’è il bisogno di risposte, accoglienza, riconoscimento. Un bisogno antico, che oggi trova nuove forme. La vera sfida, per adulti ed educatori, non è controllare ma restare. Restare anche quando l’altro si chiude, non trasformare ogni errore in sanzione ma in occasione di comprensione. Perché dietro ogni minuto online, ogni like, ogni interazione, c’è sempre una domanda implicita: essere visti. Ed è proprio all’interno di quella domanda silenziosa che si nasconde la chiave per leggere un fenomeno che, prima ancora di essere tecnologico o clinico, è profondamente umano.
Dr.ssa Marta Franci
Psicologa, Psicoterapeuta e Dottore di Ricerca
Dedi Care- Centro di psicologia- Via A. Vici 12b 06034 – Foligno (PG)
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