L'INGLESE NON È UNA LINGUA! - #filosofia #galimberti #umbertogalimberti #cultura #scuola
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La crisi non si manifesta come crollo improvviso, ma come lenta rarefazione del senso. La cultura non muore per negazione, ma per evaporazione. Non viene attaccata frontalmente, viene svuotata dall’interno. La scuola, che un tempo era il luogo della trasmissione simbolica, oggi appare come un dispositivo che distribuisce informazioni senza radicarle. Non forma, addestra. Non apre il pensiero, lo organizza in sequenze funzionali. Il metodo, apparentemente aggiornato, diventa inefficace proprio perché perde il contatto con ciò che dovrebbe generare: la capacità di comprendere, interpretare, sostare nel testo.
La lettura, che è esercizio di profondità, viene progressivamente sostituita da un consumo rapido di frammenti. Il testo non è più uno spazio da abitare, ma un contenuto da attraversare. L’interpretazione richiede tempo, silenzio, tensione. Senza questi elementi, il linguaggio si riduce a superficie. Gli studenti non faticano perché incapaci, ma perché non sono più introdotti all’esperienza del pensare. Non vengono educati alla complessità, ma alla semplificazione. Il risultato è una perdita progressiva della capacità di cogliere nessi, di riconoscere impliciti, di sostenere un discorso.
In questa trasformazione, il linguaggio stesso si impoverisce. Non è solo una questione quantitativa, ma ontologica. Quando diminuisce il numero delle parole, si restringe il mondo. “Il linguaggio è la casa dell’essere”, e quando la casa si svuota, l’essere si ritira. La riduzione del vocabolario non è un dettaglio tecnico, è la perdita di accesso a sfumature, differenze, possibilità. Senza parole, il pensiero non si articola, resta indistinto. E ciò che resta indistinto non può essere compreso, ma solo reagito.
Umberto Galimberti legge questo processo come effetto diretto dell’ambiente tecnico. “La tecnica non pensa, calcola”, e quando il calcolo diventa il modello dominante, il pensiero perde la sua autonomia. La scuola, inserita in questo contesto, smette di essere luogo di formazione e diventa luogo di adattamento. Non prepara a comprendere il mondo, ma a funzionare al suo interno. Galimberti osserva: “i giovani non sono più abitati da un mondo simbolico”, e senza simboli non c’è profondità, non c’è interpretazione, non c’è cultura.
La morte culturale non è assenza di contenuti, ma assenza di interiorità. Si accumulano informazioni, ma non si trasformano in esperienza. Si leggono parole, ma non si generano significati. Il testo diventa opaco, perché manca lo spazio interiore in cui farlo risuonare. L’insegnamento, ridotto a trasmissione, perde la dimensione iniziatica che lo caratterizzava. Non introduce a un mondo, ma fornisce strumenti senza direzione.
In questa condizione, l’impoverimento del linguaggio coincide con l’impoverimento dell’uomo. Non perché sappia meno, ma perché comprende meno. Non perché abbia meno dati, ma perché non sa più cosa farne. La cultura non si perde quando si dimenticano i contenuti, ma quando si perde la capacità di interpretarli. E quando l’interpretazione scompare, resta solo un flusso indistinto, privo di forma, incapace di generare pensiero.
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