Primo maggio, il rider Giuseppe: "Altro che lavoretto, io mantengo una famiglia ma non ho tutele"
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"Faccio anche 70 chilometri al giorno, non guadagno malissimo, anche 100 euro in un giorno, ma non ho alcuna tutela in più rispetto a un anno fa. Eppure il nostro è un mestiere come l'impiegato o l'operaio". A 365 giorni dall'inchiesta video di Repubblica Tv, siamo tornati dai rider per comprendere se, dal primo maggio 2018, sia cambiato qualcosa rispetto alle loro condizioni lavorative: la risposta è negativa. Parla per tutti Giuseppe Di Maggio, 42 anni, sposato e padre di due figli, per il quale il lavoro da ciclofattorino è la principale fonte di reddito. "Non abbiamo alcuna tutela in merito ad infortuni o malattie e - spiega il rider nato a Sassolo, residente a Milano e iscritto alla Uil -, ma il nostro problema principale rimane quello del ranking". Il sistema del ranking, proprio di alcune piattaforme di consegna del cibo, prevede che si raggiunga un certo punteggio per poter "prenotare" le ore lavorative con precedenza rispetto ad altri rider. Ma se chi è malato o salta un weekend o dice un 'no', viene retrocesso, col rischio di lavorare meno o anche per nulla per giorni. Giuseppe promuove la proposta di Di Maio: "È un passo avanti, essere pagati a ore e non a consegna guadagnando qualcosa di meno magari ma in cambio di più diritti - ammette Giuseppe -. Però finché non vedo non credo"
di Andrea Lattanzi
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