LA TASSA SUL CELIBATO (1927) — Quando l'Italia Faceva Pagare gli Uomini Non Sposati
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LA TASSA SUL CELIBATO (1927) — Quando l'Italia Faceva Pagare gli Uomini Non Sposati
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Dal 1927 in Italia restare scapoli costava denaro. Letteralmente.
Il regio decreto del 19 dicembre 1926, in vigore dall'anno dopo, istituì una tassa sui celibi tra i venticinque e i sessantacinque anni.
L'importo saliva con l'età e con il reddito. Chi era nella fascia centrale, intorno ai trentacinque anni, pagava di più: era l'età in cui secondo il regime non c'erano più scuse.
Il motivo stava in un discorso di Mussolini del 1927, quello dell'Ascensione. L'Italia aveva bisogno di numeri per contare in Europa, e servivano figli.
Non era solo la tassa. C'erano premi di nuzialità, prestiti alle giovani coppie che si estinguevano con la nascita dei figli, preferenze nei concorsi pubblici per chi era sposato con prole.
Chi era esentato: i preti, i militari in servizio permanente, gli invalidi, e chi era celibe perché la fidanzata era morta.
Il gettito era destinato all'Opera Nazionale Maternità e Infanzia.
Dal punto di vista demografico non funzionò. La natalità italiana continuò a scendere durante tutto il ventennio.
La tassa rimase in vigore diciotto anni e fu abolita nel 1945, alla caduta del regime.
Quello che era rimasto, fino a quell'anno, era un ufficio dove un uomo pagava per non essersi sposato.